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Perchè prima o poi ci passeremo tutti

 
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l'ultima strega Rispondi citando



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MessaggioInviato: Lun Set 02, 2013 17:08    Oggetto: Perchè prima o poi ci passeremo tutti
 
De senectute alpina
oppure: vecchio sarai tu
di Silvia Metzeltin

http://www.cai.it/uploads/media/La_Rivista_Maggio_Giugno_10.pdf pag. 26


C’è chi nel corso della vita non ha perso il gusto di andare per le montagne e di scalare ghiacci e rocce. Le riflessioni che seguono riguardano questi tipi di lui o lei. Non si riferiscono a chi ha smesso per disinteresse, o perché ha considerato l’alpinismo un investimento fallimentare, o perché ha trovato cose più serie e utili, o magari semplicemente meno faticose e rischiose, in cui impegnarsi.
E’ da specificare poiché all’alpinista che rimane appassionato sembra inconcepibile che qualcuno smetta, o che qualcuno si senta troppo vecchio per continuare anche quando in fondo gli piacerebbe.
Tuttavia a invecchiare anagraficamente ancora riconoscendosi nella passione attiva, a dispetto di qualche dubbio esistenziale e dei vuoti lasciati dai compagni scomparsi, non sono poi molti, benché il loro numero aumenti gradualmente da almeno un decennio.
Se meriti continuare: ognuno può o magari deve domandarsi sul piano individuale se il proprio alpinismo abbia ancora un orizzonte di senso. Le risposte saranno per forza individuali e con mille sfumature. Ma per chi risponde affermativamente, si presenta comunque l’albero decisionale: continuare sì, ma in che modo? Per l’escursionista la risposta è relativamente semplice. Se ha sempre gradito la socialità e le gite in gruppo, l’offerta oggi è ampia, e comprende perfino eventi di vario genere organizzati nei rifugi.
Se invece ha privilegiato intimità e silenzi, a volte può non trovare compagni adatti per la condivisione e diventare un solitario anche suo malgrado. Questa solidarietà ha tuttavia il pregio di permettere una saggia autonomia nella scelta degli itinerari e nella gestione delle fatiche. Inoltre permette di evitare facilmente il cicaleccio delle file in convoglio a chi non lo gradisce.
Invece mantenere l’alpinismo tecnico è più problematico. L’ideale è invecchiare con un compagno di pari forza e intenti, come ho sempre pensato sia ideale iniziare allo stesso modo l’esperienza alpinistica in gioventù.
Ma chi sono poi oggi questi vecchi alpinisti, che vecchi sono considerati dagli altri, ma loro non si sentono tali ? L’attribuzione di rigide categorie anagrafiche si diluisce nelle molte forme di frequentare la montagna ed è priva di fondamento. Già da giovani siamo molto diversi per predisposizioni e motivazioni. Considerando come la vita abbia poi plasmato diversamente ogni persona, c’è da concludere che proprio non è lecito rinchiudere gli alpinisti genericamente anziani nella gabbia dei luoghi comuni.
Singoli esempi di pensionati, autori di prestazioni ancora ragguardevoli in assoluto sul piano sportivo, sfatano del resto gli schemi stabiliti sull’entità obbligata della rottamazione da correlare con l’anagrafe. Siccome è meglio accompagnare il rifiuto attivo dei luoghi comuni con buon senso personale, è pure meglio non lasciarsi indurre in tentazione dalle varie offerte di impostazione competitiva spesso medicalizzate.
Ho il ricordo allegro, che mi faceva tenerezza, della cordata ginevrina di Loulou Boulaz e Georges De Rham, i quali pur trovandosi su versanti sociopolitici opposti, hanno formato per parecchio tempo una buona cordata autonoma di settantenni che arrampicavano a comando alternato sulle rocce del Salève, quel Salève che per i ginevrini è come la Grigna per i lombardi.
Ho invece un ricordo triste di grandi alpinisti sessantenni che si sono appoggiati a professionisti o compagni molto più giovani per tornare a grandi imprese, e ci hanno lasciato le penne. Erano esperti, allenati, preparati, ma … Inseguire i sogni alpinistici rinviati in gioventù è aleatorio e rischioso. La sicurezza dell’affidarsi a giovani e perfino guide per tali ricuperi è ingannevole.
Un compagno più giovane difficilmente sa valutare le possibilità concrete residue dell’anziano. Men che meno oggi, quando ormai si considera “facile” quanto per la generazione precedente costituiva “il limite delle possibilità umane” , mentre i diffusi alti livelli di preparazione atletica creano differenze enormi nelle valutazioni.
D’altra parte, le “rimpatriate” sono deludenti, quando non patetiche. Perché tutto cambia intorno alla montagna, anche se le rocce sono rimaste le stesse, e cercare di rivivere i ricordi è più pericoloso che rimettersi a scalare. In Yosemite, quando Salathé, che da giovane aveva aperto anche vie sul famoso Capitan, è ritornato nella “sua” valle diventata Parco nel frattempo, per rivedere le pareti della gioventù, è stato respinto all’entrata perché, lui che viveva da solo, era accompagnato dal suo cagnolino. Cosa volete: che una guardia sappia di storia dell’alpinismo e abbia riguardo per questo tipo di anziani nostalgici ? Ricordiamoci che continuamente si sostiene che gli anziani sono un peso, e che quelli ancora in giro non servono, che le loro esperienze di vita non sono trasmissibili perché ognuno deve farsi la propria, che le loro conoscenze sono obsolete, quando non semplicemente superate.
Insomma, le testimonianze “ai nostri tempi” interessano poco e non servono. Al massimo si può richiamare ai giovani che occorre contestualizzare il passato, che in situazioni storiche mutate le imprese non sono paragonabili. Se c’è un suggerimento da passare ai giovani, è quello di non rimandare i sogni alpinistici all’età della pensione. Non solo perché ormai loro non sono più sicuri di riceverla, ma non sono neppure certi di arrivare all’età alla quale viene loro eventualmente promessa. E poi, cambiato il contesto, le ascensioni famose vanno mutando attrattiva e valore, secondo i criteri delle generazioni successive, quando cambiamenti geologici o climatici non hanno già aumentato a dismisura il rischio soggettivo della realizzazione .
Con queste considerazioni non sto affatto invitando gli anziani alla rinuncia o alla pura contemplazione, anzi.
Mi sembra semplicemente che occorra un’ottica nuova, che lasci comunque emergere la personalità di ognuno in quanto essere unico anche come alpinista nel continuare con la propria attività.
Bisogna anche diffidare della limitante retorica dei sentieri e fiorellini che riuscirebbe felicemente a vedere solo chi non è in grado di fare altro.
L’alpinista di azione, a qualunque età, non si riconosce nel “Deserto dei Tartari” buzzatiano e può aprire gli occhi sulle molte novità che favoriscono chi vuole restare attivo.
Innovazioni utili nei materiali e nelle tecniche e opportunità di preparazione atletica offrono possibilità concrete per rallentare il calo di efficienza e innescare motivazioni nuove. In tutte le diramazioni sempre più numerose in cui evolve l’alpinismo tradizionale, filone da cui chi è anziano era partito in gioventù, ci sono oggi opportunità da cogliere al volo.
Vorrei riferirmi a una di queste diramazioni, perché in certo senso è la filiazione più vicina, ma anche la più incongruamente messa in discussione in certi ambienti alpinistici: l’arrampicata sportiva. Per me rimane una variante dell’alpinismo, che mi piace definire secondo Giorgetta “alpinismo sole e spit”.
Non la chiamo “libera” per non cadere in confusioni storiche. Nella nuova visione di intelligenza motoria, l’aggettivo “libera” si applica a un passaggio anche ben protetto ma che permette il superamento con gestualità non obbligata, altrimenti si dice “vincolata”, per esempio dove c’è un solo appiglio da raggiungere e il resto è davvero liscio come il vetro, e chi è troppo alto o troppo piccolo non passerà mai.
Vorrei parlarne perché è un caso speciale di alta prestazione che non esclude nessuno in partenza.
Permette adattamenti che a prima vista parrebbero proibitivi, benché inizi dove finisce il VI grado codificato e ideologicamente sbarrato della nostra giovinezza.
Così cerco di fermare qualche idea venutami arrampicando a pochi metri da mare, al sole, insieme alle lucertole ma senza la loro abilità. Assaporando la gioia serena della ricerca di armonia nel gesto sportivo.
Sportivo, sì, mica lo rinnego.
Riconosco la rottura, anche se radice lontana, innescata dal ministero felice di Cassarà, che nell’arrampicata intendeva porre in competizione aperta gli alpinisti, per farla finita con la confusione tra prestazione sportiva e spiritualità. Certo questa arrampicata è sfuggita verso la specializzazione del sempre più difficile e si è allontanata dall’alpinismo nelle sue prestazioni estreme. Ma l’anziano - e non solo - oggi ne ha a disposizione i benefici “sole e spit”.
E’ abbastanza saggio per risparmiarsi gli strapiombi da cui si esce su appigli per un solo dito. Del resto non ha più bisogno del riconoscimento necessario al giovane e può fare tranquillamente a meno di infilarsi sul 7c, mettendo stupidamente in gioco il suo amor proprio e a repentaglio le sue articolazioni. Invece sfrutta le buone sicurezze che i giovani hanno piazzato sulle rocce, frequenta perfino le pareti con appigli di plastica, usa la panoplia delle attrezzature leggere e variopinte che si rinnovano ogni anno.
Intanto scopre che il gioco più bello è quello che oggi si può concedere proprio lui, perché adesso davvero scala per divertirsi e si è affrancato da mode o etiche di turno. La sua piccola sfida personale di fronte alle difficoltà dei passaggi rimane impegno sorridente.
Se si afferra a un chiodo con il gesto che un giovane percepisce e bolla come una vergogna, l’anziano adatta la famosa affermazione di Livanos “meglio un chiodo in più che una vita di meno, soprattutto se la vita è la mia”, al più riduttivo ma ugualmente valido “meglio attaccarsi al chiodo che scivolare via, dato che la gamba è la mia”. Perché fortunatamente per lui non è d’obbligo trovare il coraggio di volare per diventare più bravo, né di “superare in propri limiti” per “diventare qualcuno”. Lasciamolo a chi ha ancora da strutturare la vita più lunga che ha davanti, e risparmiamoci il sottile subdolo commento “per essere vecchio, …”.
I limiti si conoscono, si rispettano, le articolazioni dolenti richiamano già lo scarso rispetto avuto per tanti anni. Volare agli alpinisti non è mai piaciuto e uno in fondo rimane alpinista anche quando arrampica sopra la sabbia in costume da bagno.
Perciò evita di farsi del male, vista che gli è sempre andata bene in montagna.
L’arrampicata “sole e spit”, a parte il concetto del volo per migliorare l’abilità, implica poco rischio, niente rispetto all’alpinismo tradizionale.
Magnifico, da non smettere mai, fino al nostro ultimo giorno.
Quando ho detto all’intramontabile amico Ulisse (viaggia verso l’ottantina) che vorrei comunque “morire in piedi”, mi ha risposto: “In piedi ? ma va, sugli sci o in parete!” Confortante, ma per durare così fino a quella conclusione bisogna non smettere mai. Perciò procedere con riguardo, e frenare determinati l’inesorabile rottamazione.
Ci rimane a disposizione il mezzo più potente della nostra vita, lo stesso che ci ha guidato in gioventù: non lasciarci fuorviare dai paradigmi dei benpensanti e salvare testardamente il nostro alpinismo personale in autonomia di passione e di giudizio.
Non dare retta alle “evidenze” delle statistiche vuol dire sapersene fare un baffo anche della saputa autorevole sentenza “lei alla sua età cosa vuole mai” - benché ciò possa risultare molto più difficile del 7c.
Però la forza per superare questo tipo di difficoltà la possiamo attingere in quella che abbiamo consolidato nel nostro alpinismo quando non era unicamente “sole e spit” e che rimane alla base di tutto.
Silvia Metzeltin
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Torno a casa ma ho già voglia di ripartire. Ho capito qual è il senso di una spedizione.E' salire una montagna andando oltre.E' distaccarsi dalla cima da elenco ... E' vivere l'assenza di radici come un cammino di libertà.... (Silvia M.Buscaini )
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fluto Rispondi citando



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MessaggioInviato: Lun Set 02, 2013 17:26    Oggetto: Re: Perchè prima o poi ci passeremo tutti
 
l'ultima strega ha scritto:
...
Se meriti continuare: ognuno può o magari deve domandarsi sul piano individuale se il proprio alpinismo abbia ancora un orizzonte di senso ...


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